Apri l’armadio e resti lì qualche secondo in più del necessario. I vestiti sono gli stessi di sempre, ma il corpo no. O forse sì, ma non come lo ricordavi. Non c’è un cambiamento netto, riconoscibile. È qualcosa di più graduale, quasi impercettibile. Eppure, nel momento in cui devi scegliere cosa indossare, lo senti tutto.
Non è solo una questione di taglie. È il modo in cui i tessuti cadono, il punto in cui tirano, quello in cui improvvisamente non accompagnano più. Vestirsi diventa un gesto meno automatico. Richiede attenzione. A volte anche una piccola trattativa interiore.
Quando l’armadio resta indietro
Il corpo cambia prima delle abitudini. E spesso anche prima dell’armadio. Ci sono capi che raccontano una fase diversa, un tempo in cui il corpo rispondeva in altro modo. Non sono sbagliati. Non sono nemmeno inutili. Semplicemente non parlano più la stessa lingua.
Alcuni restano appesi per inerzia. Altri per affetto. Altri ancora perché separarsene sembra ammettere qualcosa che non si è pronti a nominare. Così si continua a provarli, uno dopo l’altro, misurando ogni volta la distanza. Non solo fisica.
Vestirsi come forma di esposizione
Scegliere cosa indossare significa esporsi. Anche quando nessuno guarda davvero. Il corpo è lì, presente, inevitabile. E quando non lo si riconosce più del tutto, vestirlo diventa una questione delicata. Non tanto di estetica, quanto di relazione.
C’è chi cerca di nascondere. Chi di controllare. Chi di tornare indietro, scegliendo abiti che ricordano com’era prima. Ma il corpo non segue questi tentativi. Sta dove sta. E chiede di essere considerato per quello che è, non per quello che era.
Il disagio silenzioso della prova
La prova allo specchio è spesso il momento più difficile. Non perché l’immagine sia negativa, ma perché non è familiare. Si guarda un dettaglio, poi un altro. Si sposta una manica, si tira un tessuto. Si cerca una posizione che faccia sentire a posto.
A volte si esce di casa con una sensazione irrisolta. Come se l’abito fosse solo una soluzione temporanea. Funziona, ma non convince. E questa sensazione accompagna la giornata, più di quanto si vorrebbe.
Tra protezione e desiderio
I vestiti diventano allora una forma di protezione. Non nel senso di nascondersi, ma di tenere insieme. Di sentirsi contenute. Alcuni capi riescono in questo meglio di altri. Non perché siano più belli, ma perché rispettano il corpo senza forzarlo.
C’è però anche il desiderio. Quello di sentirsi ancora espressive, presenti, riconoscibili. Non sempre è facile trovare un equilibrio tra queste due spinte. Proteggersi e mostrarsi. Stare comode e sentirsi viste. Il corpo che cambia rende questa ricerca più complessa, ma non la annulla.
Un dialogo che non è finito
Scegliere cosa indossare quando il corpo non è più lo stesso non è un problema da risolvere una volta per tutte. È un dialogo che si riapre spesso. Ogni mattina, a volte. Ogni volta che qualcosa smette di funzionare come prima.
Forse non si tratta di trovare i vestiti giusti. Forse si tratta di imparare a guardare il corpo senza fretta, lasciando che anche lo stile si sposti, lentamente. Senza pretendere coerenza immediata. Senza chiedere al corpo di tornare indietro o di spiegarsi.
Resta quel momento davanti all’armadio. Un momento apparentemente banale, che invece racconta molto. Di come ci sentiamo. Di quanto spazio siamo disposte a concederci. Di quanto siamo pronte a riconoscerci, anche quando l’immagine non coincide più con l’idea che avevamo di noi.








