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Non riconoscersi più allo specchio

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Quando non ti riconosci più allo specchio (ilnodo.it)

Capita in un momento qualsiasi. Non è annunciato. Non è legato a un evento preciso. Ti guardi allo specchio e non succede niente di eclatante, eppure qualcosa non torna. L’immagine riflessa è la tua, lo sai. Ma non la senti più del tutto tua.

Non è solo una questione di età. Né di cambiamenti evidenti. È più una distanza sottile, difficile da nominare. Come se tra te e quell’immagine si fosse infilato del tempo. O forse altro.

Quando l’immagine va più veloce di te

Il corpo cambia. Questo lo sappiamo. Ma spesso cambia prima che la testa riesca a seguirlo. Un dettaglio nuovo, una linea diversa, un’espressione che non riconosci subito. Non perché sia sbagliata. Ma perché non era prevista.

A volte è il viso. A volte la postura. A volte il modo in cui i vestiti cadono addosso. Piccole cose che, sommate, costruiscono una sensazione più grande: quella di essere rimasta un passo indietro rispetto a te stessa.

Non è rifiuto. È spaesamento.

Non è sempre insoddisfazione

C’è una narrazione diffusa che riduce tutto a un problema di accettazione. Come se bastasse volersi bene di più. Ma non riconoscersi allo specchio non significa per forza non piacersi. A volte significa non sapere più chi si sta guardando.

Dentro, magari, ti senti simile a ieri. Fuori, qualcosa racconta un’altra storia. E tenere insieme queste due versioni richiede tempo. Un tempo che non sempre viene concesso.

Si continua ad andare avanti. Si fa quello che c’è da fare. Ma quello sguardo allo specchio resta lì, come una parentesi che non si chiude.

Il ruolo delle aspettative

Non ci guardiamo mai da sole. Nello specchio ci finiscono anche le aspettative. Quelle che abbiamo assorbito, quelle che ci siamo date, quelle che nessuno ha mai detto ad alta voce ma che sentiamo lo stesso.

C’è un’idea di come “dovremmo” apparire a una certa età. Di cosa dovrebbe trasmettere il nostro corpo. Di quanto dovremmo essere coerenti con l’immagine che abbiamo mostrato finora. Quando questa coerenza si incrina, nasce il disagio.

Non perché stiamo sbagliando. Ma perché non esiste un modello chiaro per ciò che stiamo diventando.

Il corpo come archivio

Il corpo conserva tutto. Le fasi attraversate, le tensioni, le rinunce, le trasformazioni non scelte. Anche quando non le ricordiamo con precisione, lui sì. E ogni tanto le mostra.

Riconoscersi allo specchio significa anche riconoscere questo archivio. Accettare che l’immagine rifletta non solo chi siamo oggi, ma tutto quello che ci ha portate fin qui. Non sempre è facile. Non sempre è immediato.

C’è chi evita gli specchi. Chi li guarda di sfuggita. Chi cerca angolazioni diverse, luci migliori, momenti più favorevoli. Non per vanità. Per protezione.

Una distanza che può restare aperta

Non sempre questa sensazione chiede di essere risolta. Non sempre porta a una riconciliazione. A volte resta lì. Una distanza silenziosa, che va e viene. Ci sono giorni in cui pesa di più, altri in cui quasi scompare.

Forse non riconoscersi allo specchio è anche un segnale di movimento. Non di perdita. Di passaggio. Un modo in cui il corpo ci dice che qualcosa sta cambiando, anche se non abbiamo ancora le parole per dirlo.

E forse va bene così. Restare un attimo in quella sospensione. Senza forzare un significato. Senza pretendere una risposta immediata. Guardarsi, notare la distanza, e lasciarla esistere. Anche questo, a volte, è un modo di riconoscersi.

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