Non arriva all’improvviso. Non ha un inizio chiaro. È una stanchezza che si costruisce giorno dopo giorno, mentre continui a tenere insieme pezzi diversi. Lavoro, relazioni, casa, corpo, aspettative. Tutto in equilibrio. O almeno così dovrebbe sembrare.
All’esterno funziona. Le cose stanno in piedi. Gli impegni vengono rispettati, le risposte date, le responsabilità portate avanti. Ma dentro cresce una fatica diversa, più silenziosa. Quella di dover reggere continuamente, senza mai potersi spostare davvero.
L’equilibrio come condizione permanente
Tenere tutto in equilibrio non è una scelta occasionale. Diventa una postura. Un modo di stare nel mondo. Si impara a prevedere, a compensare, ad aggiustare prima che qualcosa cada. A essere presenti anche quando si è stanche. A non sbilanciarsi troppo, in nessuna direzione.
È un equilibrio che non concede pause. Non c’è un momento in cui puoi appoggiare tutto e dire “ora basta”. Perché se molli un lato, ne risentono gli altri. Così continui. Anche quando senti che stai usando più energie di quante ne recuperi.
La fatica che non si vede
Questa stanchezza non si manifesta sempre in modo evidente. Non crolli. Non ti fermi. Vai avanti. Ed è proprio questo il punto. È una fatica che non interrompe il funzionamento, lo rende solo più costoso.
Si sente nelle spalle tese anche quando sei ferma. Nel respiro corto. In quella sensazione di allerta costante, come se qualcosa potesse scivolare da un momento all’altro. Anche nei momenti di calma, una parte di te resta vigile. Attenta. Pronta a intervenire.
Il ruolo invisibile che non finisce mai
Spesso l’equilibrio si regge su ruoli non dichiarati. Essere quella che tiene insieme. Quella che si ricorda tutto. Quella che media, che anticipa, che assorbe. Non sempre qualcuno lo chiede esplicitamente. A volte è semplicemente così che le cose si sono organizzate.
E uscire da questo ruolo non è semplice. Perché l’equilibrio degli altri sembra dipendere dal tuo. Anche quando nessuno lo dice. Anche quando nessuno se ne accorge.
Quando l’equilibrio diventa immobilità
C’è un punto in cui tenere tutto in equilibrio smette di essere una qualità e diventa una forma di immobilità. Per non perdere nulla, non ti muovi più. Non rischi. Non cambi. Resti esattamente dove sei, anche se senti che qualcosa dentro avrebbe bisogno di spostarsi.
È una stanchezza che ha a che fare con il controllo. Non nel senso rigido del termine, ma come necessità di non far crollare ciò che è stato costruito. Anche quando il prezzo da pagare è alto.
Il corpo come luogo di accumulo
Il corpo registra questa tensione. Anche quando la mente la normalizza. Nella rigidità. Nei piccoli dolori che diventano abituali. Nella difficoltà a rilassarsi davvero. Come se mollare l’equilibrio, anche solo per un attimo, fosse pericoloso.
Ci si abitua a questa condizione. Diventa lo sfondo. E proprio per questo è difficile riconoscerla come stanchezza. Perché non ha un picco. È costante. È lì.
Una fatica che chiede spazio
Non sempre questa stanchezza chiede una soluzione immediata. Non sempre chiede un cambiamento radicale. A volte chiede solo di essere nominata. Vista. Ammessa.
Riconoscere che tenere tutto in equilibrio è faticoso non significa rinunciare a farlo. Significa smettere di considerarlo naturale. Automatico. Inesauribile.
Forse non c’è un modo semplice per alleggerire subito questo peso. Ma c’è un primo passo possibile. Accettare che questa stanchezza esiste. Che non è debolezza. Che non è un fallimento. È il segnale di quanto a lungo hai retto. E di quanto, forse, avresti bisogno di un equilibrio che non dipenda solo da te.








