Non è la stanchezza che arriva dopo una giornata pesante. È diversa. Più sottile. Ti svegli dopo aver dormito, magari anche a lungo, eppure ti senti già indietro. Come se il riposo non avesse fatto il suo lavoro. Come se il corpo avesse dormito, ma tu no.
Succede spesso al mattino. Apri gli occhi e non c’è quella sensazione di inizio. Nessuna energia nuova, nessuna spinta. Solo continuità. La giornata sembra partire già a metà, con qualcosa da recuperare che non sai bene cos’è.
Una fatica che non ha un nome preciso
Questa stanchezza non si lascia spiegare facilmente. Non è solo fisica. Non è solo mentale. È un misto confuso, che rende difficile anche raccontarla. Se qualcuno chiede “ma hai dormito?”, la risposta è spesso sì. Ed è proprio questo a spiazzare.
Il sonno c’è stato. Le ore pure. Eppure il corpo resta pesante, la testa ovattata. Come se il riposo non riuscisse ad arrivare dove serve davvero. Come se mancasse un livello più profondo, meno misurabile.
C’è chi la sente nelle spalle rigide appena alzata. Chi negli occhi che bruciano senza motivo. Chi in quella lentezza che accompagna i gesti più semplici. Tutto richiede uno sforzo leggermente maggiore del normale.
Quando il corpo continua a reggere
Spesso questa stanchezza convive con giornate piene. Lavoro, casa, relazioni, responsabilità. Si va avanti comunque. Il corpo regge. La mente pure. Ma lo fanno in modalità risparmio. Senza slancio, senza margine.
È una fatica che non esplode. Si accumula. Si distribuisce su più giorni. E proprio per questo rischia di passare inosservata, anche a chi la vive. Ci si abitua. Si smette di farci caso. Diventa lo sfondo.
Il peso delle cose che non si fermano
Dormire non basta quando ciò che pesa non si interrompe mai davvero. Pensieri che restano attivi anche di notte. Preoccupazioni basse ma costanti. Un senso di dover essere sempre presenti, sempre all’altezza, sempre disponibili.
Anche quando si dorme, qualcosa resta in tensione. Non fa rumore. Non sveglia. Ma consuma. E al mattino lo senti, anche se non sapresti dire dove.
La distanza da sé
C’è un altro aspetto, meno visibile. Questa stanchezza spesso arriva insieme a una distanza da sé. Come se ci si muovesse per inerzia. Si fa quello che c’è da fare, ma senza sentirlo davvero. Le giornate scorrono, ma non lasciano molto.
Non è necessariamente tristezza. Non è nemmeno apatia. È una specie di scollegamento leggero, continuo. Un funzionare corretto, ma senza presenza piena. E questo, nel tempo, pesa più di una notte insonne.
Non sempre c’è qualcosa da aggiustare
Viviamo in un tempo che trasforma ogni segnale in un problema da risolvere. Se sei stanca, devi dormire meglio. Se dormi e sei stanca lo stesso, devi fare altro. Cambiare. Migliorare. Correggere.
Ma questa stanchezza non sempre chiede una soluzione immediata. A volte chiede solo di essere riconosciuta per quello che è. Un segnale. Non di debolezza, ma di saturazione.
Forse non si tratta di dormire di più. Forse non si tratta di fare di meno. Forse si tratta di ascoltare quella fatica senza fretta di zittirla. Lasciarle spazio. Capire che esiste, anche se non è facile da spiegare.
Resta lì, al risveglio. In quella mancanza di energia che non ha una causa evidente. E continua a farsi sentire finché non smette di essere ignorata. Non per forza per essere risolta. A volte, semplicemente, per essere vista.








